Conferenza: Towards multilingual Education

Si e' svolta ad Almaty, il 26 Settembre 2017, la conferenza "Towards multilingual Education", a cui ha partecipato per conto dell'Ambasciata Italiana, Lucia Beltrami, socio fondatore di ACIK. Di seguito il suo intervento.

L’altro è un bene per me

Cerco di essere sempre disponibile quando mi invitano a parlare in incontri simili a questo perché li considero un’occasione per riflettere sul propio lavoro e l’occasione per condividere tali riflessioni e arricchirsi attraverso l’esperienza di altri. Lavoro nel campo dell’istruzione da più di 20 anni, 17 dei quali passati a specializzarmi nell’insegnamento della Lingua e Cultura italiana a stranieri e come consulente in progetti di cooperazione tra università italiane e kazakstane. Sono direttore di un centro di Lingue e insegnante di Lingua Italiana all’università Al Farabi, nella facoltà di Relazioni Internazionali. Nel mio intervento vorrei soffermarmi su uno dei temi della conferenza: l’identità multiculturale, fondamentale nel mondo odierno dove sempre più spesso popoli diffrenti si trovano ad interagire e dove siamo sollecitati come singoli a riconoscere che essa nasce e si realizza nell’incontro tra persone chiamate a decidere se l’incontro con l’altro rappresenti un bene, una chance, una opportunità e una risorsa oppure sia visto come una minaccia, un problema, nel senso negativo del termine, e una privazione. La natura stessa del mio lavoro e il fatto che viva in un paese “straniero” fa sì che continuamente io entri in contatto con persone diverse da me per lingua, cultura e abitudini e dunque io in primo luogo sono chiamata a prendere questa decisione: accogliere o rifiutare. L’estraneo e il suo mondo mi hanno costretta a interrogarmi sulla mia identità e a chiedermi se e perché volessi confermare i miei significati, i miei valori, i miei stli e non semplicemente perpetuarli in modo meccanico. Gli altri (siano essi colleghi, studenti, conoscenti, amici o anche solo coloro che incontro per pochi minuti o semplicemente mi passino accanto) mi hanno stimolato a passare dalla passività all’attività, a domandarmi di nuovo che forma intendessi e intenda dare alla mia vita, individuale e sociale. In questo modo ho scoperto che il rapporto con l’altro è essenziale per lo svolgimento del percorso sempre aperto del nostro divenire noi stessi, della nostra identificazione. E’ ciò che permette al nostro “io” di non irrigidirsi, di non invecchiare, di non morire e al contrario di crescere e continuare a cambiare. L’equivoco in cui si può cadere è concepire la propia identità personale e culturale come qualcosa di statico, di immobile mentre essa è una realtà dinamica, un movimento, un processo che conosce solo arricchimenti, fioriture o implosioni mai mera conservazione. Questo io intendo quando parlo di identità multiculturale e questa profonda convinzione nata dalla mia esperienza personale guida il mio lavoro di insegnante perché lingua e cultura sono un binomio indissolubile e apprendere una lingua, fatta di vocaboli, regole e costruzioni morfosintattiche, significa apprendere ed appropriarsi di modelli culturali legati alla lingua in oggetto. Dunque solo l’accettazione di una relazione che sia veramente interculturale apre a una reale comunicazione. Essa si esprime come atteggiamento di apertura verso l’altro senza preconcetti e pregiudizi, come scoperta di forme di pensiero e di visione del mondo diverse dalla propria e come volontà di entrare in contatto con questa diversità. In quest’ottica la propria cultura d’appartenenza non è un monolite su cui arroccarsi, ma un insieme di valori e significati di cui prendere personalmente e criticamente coscienza perchè diventino realmente una ricchezza da condividere. In ambito didattico occorre che quanto detto diventi una meta educativa e si guidino gli studenti all’osservazione di modelli diversi dal proprio in un atteggiamento di apprezzamento, tolleranza e cooperazione che li possa portare a una visione del mondo più profonda e consapevole.
Per questo motivo la sfida che più orienta il mio modo di essere docente in classe è quella di un insegnamento che “serva a qualcosa”. Il verbo “servire” indica due linee d’azione: il fatto che l’insegnamento sia al servizio dell’allievo e che si caratterizzi come utile, cioè spendibile. Perché sia così, esso deve essere realmente “formativo”.
L’attuale contesto sociale – culturale richiama la necessità di educare studenti multialfabeti, che possiedano cioè la capacità e le abilità necessarie a rapportarsi con un mondo in continua evoluzione . In quest’ottica si ridelinea il ruolo stesso del docente che è chiamato non solo a insegnare le discipline e a programmare la didattica, ma deve anche conoscere i processi di acquisizione delle conoscenze, i metodi di lavoro in gruppo come  i metodi di valutazione e padroneggiare diversi tipi e strumenti di comunicazione: l’obiettivo è quello di attuare un reale Cooperative Learning, dove “la cooperazione” sia intesa non tanto come una tecnica d’insegnamento quanto un modo di vivere la propria professione. La convinzione nei vantaggi che il Cooperative Learning porta al processo di insegnamento/apprendimento, l’apertura disponibile all’altro (studente/collega), la serietà con cui progetta e prepara il lavoro, la flessibilità nell’applicazione e la volontà di correggersi, dovrebbero essere le caratteristiche principali di un tale insegnante. Non più un trasmettitore/verificatore esterno, che trasmette contenuti o chiarisce idee in modo monodirezionale, ma un facilitatore, che assiste e segue il lavoro personale degli allievi affinché possano “riflettere” e coscientizzare il proprio apprendimento, diventando così protagonisti attivi del cammino formativo. Tale compito generale si esprime nel dettaglio delle azioni che gli spettano, volte all’organizzazione delle situazioni e dei contesti favorevoli all’apprendimento: creazione di gruppi di lavoro secondo modalità che rispettino i criteri dell’eterogeneità e della dimensione contenuta; attenta distribuzione dei compiti al loro interno, così che si faciliti la partecipazione di ogni allievo valorizzando i talenti di ciascuno; la presentazione chiara degli obiettivi, della tempistica e dei criteri/modalità con cui il lavoro svolto sarà verificato e valutato (valutazione formativa); l’organizzazione precisa dei materiali; il rilievo dato, in fase di programmazione e svolgimento dell’attività, agli obiettivi volti all’acquisizione delle competenze sociali; un’adeguata sistemazione dell’aula rende, inoltre, possibile l’autonomia del lavoro dei gruppi, la disciplina e il monitoraggio,  che serve alla raccolta delle informazioni per il momento di revisione e riflessione.
Nel mettere in pratica tale approccio, l’insegnante  dovrà affrontare delle difficoltà. Prima fra tutte la resistenza degli studenti a lavorare in gruppo, per bassa o troppo alta stima di sè, per paura di sbagliare o di essere criticati, per problemi di comunicazione. Oppure assisterà al sorgere di situazioni conflittuali all’interno dei gruppi. Occore saper cogliere e gestire tali momenti e certo non è facile lavorare in questo modo, ma ne vale la pena perchè è la modalità attraverso cui le persone con cui e per cui lavoriamo possano vedere in atto i benefici che porta entrare in contatto con le altre persone e sviluppare  una competenza comunicativa interculturale, che rappresenta il cuore di un vero multialfabetismo



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